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Visualizzazione post con etichetta il mio cantuccio - racconti. Mostra tutti i post
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20 luglio 2005

Il ruscello

C’era una volta un piccolo, fresco, ridente e cristallino ruscello che scendeva canticchiando di rupe in rupe. Era come un bimbo: curioso e monello. 
Aveva tanta voglia di esplorare e si intrufolava ovunque fosse possibile. La sua allegria contagiava ogni pianta che lambiva, ogni bestiola che dissetava; salutava tutti con la sua risatina gorgogliante e fuggiva via.
Era felice di scorrere ammirando alberi resi rigogliosi dalla sua acqua e di rubare i colori ad ogni oggetto che in esso si specchiava.
Così fresco e ridente sembrava che fosse amato da tutti.

17 maggio 2005

Marta


Marta aspettava ancora, aspettava sempre, sembrava nata per aspettare.


Così dolce, così sensibile, così bisognosa d’amore, rifiutava di dare un taglio drammatico alle storie che si affacciavano nella sua vita.
Eppure sapeva con certezza che gli uomini la ingannavano, li osservava con attenzione, raramente reagiva mettendoli con le spalle al muro; provava quasi  piacere a far credere che potessero ingannarla, si mostrava sempre comprensiva, serena, allegra e spiritosa al momento giusto.
Ogni sua accondiscendenza era un colpo di bisturi alla sua anima, ma solo lei sapeva tutto questo.

06 maggio 2005

viaggio a primavera inoltrata



L’auto confortevole filava veloce e silenziosa sull’asfalto assolato. Dal finestrino scorrevano immagini in un susseguirsi di colori vivaci. Laura si sistemò meglio sul sedile,  allungò le gambe per godersi in completo relax quello splendore naturale: tappeti di verde brillante, macchiati da larghe chiazze di papaveri rossi, qualche albero di Giuda ricoperto di fiori e alberi ombrosi. Sul ciglio stradale margherite gialle gareggiavano con iris sporadici e slanciate ginestre, mentre i papaveri leggeri oscillavano al passaggio delle auto

20 aprile 2005

il posto degli anemoni

Quella strana ragazzina, così esile, così timida, così ben educata e riservata, amava l’aria aperta.
In primavera sovente si recava sulla scogliera, rimaneva a lungo ad osservare il mare affascinata dai suoi colori, dal suo perenne movimento, dai vortici che creava lì sotto lo spuntone dove lei pericolosamente si sporgeva; creatura selvatica, si sentiva simile a quella massa inquieta, odorosa, cangiante.
Di tanto in tanto si allontanava dal precipizio e osservava l’acqua rimasta sulle rocce, scoprendo nuove forme di vita in quelle pozze salmastre.
Le piaceva toccare la roccia bianca e levigata dalla furia delle onde, vi si sdraiava, allargava le braccia e per lei non c’era altro che l’odore del mare, il suo mormorio, l’azzurro del cielo sopra di lei. Rimaneva immobile, abbracciata dal sole, carezzata dal vento mentre la sua fantasia correva come le nubi che si sfilacciavano e sparivano lassù.
Ed improvvisamente avvertiva altri odori; incuriosita si guardava intorno: ecco i suoi piccoli e attesi fiori preferiti!
C’erano gli anemoni selvatici, piccoli, tanto piccoli e tanto belli, così belli che lei non resisteva al desiderio di coglierli, attenta a non sciupare la delicatezza dei loro petali rossi o blu. Mentre li coglieva sussurrava i suoi segreti, le sue speranze: erano i fiori del vento e il vento porta lontano!
Sorrideva felice, ubriaca di luce, di odori, di colori. Con il suo mazzolino di anemoni si recava sullo spuntone per salutare il mare; gli faceva cenni con la mano e il mare le rispondeva spruzzandola con una sottilissima pioggia iridescente.
Con il cuore colmo di gioia, saltellava canticchiando una vecchia filastrocca e, mentre si avviava verso casa, salutava con la mano il suo mare, la sua scogliera.
Più volte sono tornata in quel posto: tutto è cambiato.
Sento una fitta nell’anima: chi ha voluto cancellare ogni traccia dei luoghi felici della mia adolescenza?
Ora mi sento come quei fragili fiori, raccolti da una mano di bimba, sradicati e lontani dal luogo che amavano.

                                                         Cecilia Corona